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Il prossimo passo è la festa che stiamo cercando di organizzare per il week end di Carnevale, per salutare alcune stagiste che presto se ne andranno. L’impresa appare ardua, ma non impossibile. Ci sono diverse sale che si possono affittare – tipo sale di studentati o cose del genere – . Il posto migliore e più carino sarebbe una sala nel seminterrato del bellissimo Café Atlantik (nella foto). La quota DJ è già a 3: un collega canadese – che tende a mettere camicioni quadrettati come se fossimo in pieni anni ‘90 e la cui selezione musicale si intona ai camicioni -, me – che non metto musica da secoli, non ho collegamenti a luoghi di condivisione astrale e quindi non sono assolutamente aggiornata (oltre ad avere il simpatico problema che Windows Vista non legge il mio vecchio disco esterno contenente circa 50 GB di musica) e un ragazzo tedesco che ogni tanto fa il DJ a feste di amici, locali, etc e che a giudicare dalle 4 (quattro) colonnine porta CD uguali a quelle di due miei amici bolognesi (from IKEA, of course) e di 2 (due) librerie completamente piene di CD, potrebbe rivelarsi una splendida sorpresa. Sabato sera eravamo da lui a cena e ha tirato fuori chicche del calibro di Albano & Romina con Felicità (scontata), “I like Chopin” di (dei?) Gazebo (vedi sotto) e “Catch the Fox” di Stefano Zandri, in arte Dan Harrow. Che, a guisa e misura di tutto il nostro splendore italico, scelse questo nome per l’assonanza con la parola “denaro”.

Devo assolutamente trovare altre chicche musicali per non sfigurare, altrimenti finirà con il successo del dj tedesco grazie alla divertente italo disco e io fallirò mettendo gli Einzurstende Neubauten. E il canadese, dimenticavo, suonerà Smells Like Teen Spirit verso le 4 di mattina a pista ormai vuote.

I like Chopin (Gazebo, 1983)

Fuori dall’Italia, in Francia o Germania, Spagna o Inghilterra, esiste certo una nuova consapevolezza dell’importanza delle religioni (le parole e le esperienze personali di Sarkozy e Blair lo testimoniano), ma i mutamenti avvengono in contesti radicalmente diversi: in nessuno di questi Paesi la Chiesa ha il peso, il tempo di parola che ha in Italia. Venerdì, su questo giornale, Giacomo Galeazzi ha spiegato bene lo spazio abnorme che le viene dato: da quando è Papa, Benedetto XVI ha avuto un tempo d’antenna superiore a quello del premier e del Capo dello Stato, e appena inferiore a quello di tutti i ministri messi insieme. Non solo: la Chiesa cattolica ha il 99,8% dello spazio dell’informazione religiosa, lasciando briciole a altre fedi. Il vittimismo è storia senza sostanza. La Chiesa italiana non è imbavagliata ma piuttosto sovraesposta. L’idea che esistano comportamenti etici su cui lo Stato non può autonomamente legiferare perché appartenenti alla legge naturale, dunque iscritti dalla mano creatrice di Dio nella stessa natura umana, dunque interpretabili e tutelabili solo dalla Chiesa, è idea diffusa. Chi contesta il diritto della Chiesa a imporre i suoi veti su famiglia, unioni di fatto, aborto, testamento biologico, ricerca biologica, è una minoranza.

È questa situazione che ha finito col generare rabbia gridata, e stupida perché perdente. Ma rabbia che comunque non nasce dal nulla. Ogni evento ha una storia, un tempo lungo in cui è iscritto ed è maturato: ha cause che dispiegano effetti, non è istante che fluttua nell’etere come piuma ed è infilabile in ogni tipo di racconto.

da “L’adunata di Roma”, di Barbara Spinelli.
L’imprudenza politica della Chiesa” è il sottotitolo di questa lucida analisi della principessa del giornalismo italiano. Da la Stampa, 20 gennaio 2008