Ecco arrivare nuovamente l’”emergenza stupri”. Ancora una volta, dei tragici e drammatici fatti di cronaca vengono usati, strumentalizzati ad uso e consumo di campagne politiche nazionali e locali per invocare “mano forte” contro gli immigrati. [...] L’attenzione viene spostata tutta sul tema della sicurezza quindi, di conseguenza, l’immigrazione, i romeni, i clandestini, mettendo malamente e volontariamente tutto nello stesso calderone. Cercando di fare più confusione possibile, come in una gara a chi inebetisce di più il pubblico davanti allo schermo o ad un giornale. Tratto da “Sulla pelle delle donne“, di Milena Zappon

Si fa tanto parlare di sicurezza, in questi giorni. Prima delle elezioni, perché c’erano le elezioni. Dopo le elezioni, perché ci sono i ballottaggi. Dopo i ballottaggi, perché non si avranno altre idee e quando la gente è stanca e impoverita ha sempre paura, e la sicurezza è un “evergreen”.

Se devo dare un occhio alla mia esperienza personale, devo dire che questa “emergenza sicurezza” io non l’ho vista. Non è cambiato molto da – diciamo – 10 anni a questa parte. Devi sempre fare attenzione in certe zone, la sera è meglio andare in giro in compagnia, etc. Niente di nuovo sotto il sole. Però ci sono dei paradossi. Negli ultimi giorni, per due volte, mi sono trovata in situazioni imbarazzanti.

Prima situazione. Milano, zona residenziale, verso le dieci di sera. Sotto casa, aspettando che tornassero i miei, mi siedo su una panchina, fumo una sigaretta mentre parlo al cellulare. Quando arrivano, mio padre si allarma: cosa fai lì, guarda che ti scambiano per una prostituta, viene il protettore e ti spara in fronte perché crede che tu voglia rubare la piazza ad una delle “sue ragazze” (regolamento di conti tra prostitute successo veramente qualche anno fa a 500 mt da casa dei miei). Io inveisco, dico che me ne frego, che non rinuncio al diritto di stare su una panchina alla sera, poi però mi ricordo che qualche giorno prima avevo notato un paio di prostitute sulla nostra stessa via (novità assoluta) e, a scanso di equivoci e colpi di pistola, me ne vado.

Seconda situazione.
Milano, zona residenziale, primo pomeriggio. Parcheggio vicino ad una scuola e ad una piazza con le panchine. Devo aspettare lì una persona, diciamo per una ventina di minuti. Prima scendo dalla macchina, faccio due passi. Nessun problema. Poi ritorno verso la macchina, sto fuori e mi appoggio alla macchina (è proprio una bella giornata, d’altronde). Prime avvisaglie. I (pochi) passanti iniziano a guardarmi con tono interrogativo. Dopo un po’ entro in macchina, e ascolto la radio scarabocchiando su un foglio. Altri passanti, medesima reazione: se mi vedevano lì (fuori o dentro la macchina) ferma, si incuriosiscono, e posso leggere sul loro volto: ma questa è una….? Certo, peché – per lo meno a Milano – una donna sola che aspetta, fuori o dentro una macchina, è molto probabilmente una prostituta.

Non ho niente contro le prostitute, fosse per me si riaprirei le case chiuse e basta. Ma sono scioccata da quante prostitute ci sono in città: a Milano – la capitale morale d’Italia (ah ah ah) sono ovunque e ad ogni ora, oramai completamente tollerate, l’evidenza (psicologicamente rimossa) sotto gli occhi di tutti. Rispetto ad anni fa le prostiute si vestono quasi tutte come donne “normali” e sono in ogni zona della città. Quindi se ti trovi in situazioni come quelle di cui sopra l”Equivoco” non è poi così strano. Ma trovo ingiusto che io non possa nemmeno stare seduta su una panchina o in piedi in una via senza dovermi fare dei problemi. E non è anche questa, sicurezza, e non sono anche questi i diritti della donna? Eppure, nessuno ne parla. Perché è molto più facile fare la guerra ai fantasmi che fare i conti con la realtà che sta sotto ai nostri occhi.